Reporter Senza Frontiere, il resoconto delle Olimpiadi
La questione dei diritti umani in Cina è già magicamente scomparsa dalle prime pagine dei nostri quotidiani. Miracoli che dimostrano di quante gravi vicende i media ci stiano tenendo all’oscuro giorno per giorno. Il resoconto di “Reporter Senza Frontiere” del 22 agosto 2008 mostra un riassunto disastroso dell’andamento della libertà di espressione nel territorio cinese negli ultimi mesi. Proprio per questo il segretario generale Roberto Menard chiede che prossimamente si valuti anche il rispetto della libertà di espressione come criterio di scelta per le prossime città che ospiteranno i Giochi. Ma il Comitato Olimpico Internazionale ha già dimostrato di non volerne sapere, dato che la futura Olimpiade invernale del 2014 si svolgerà a Sochi, in Russia.
Secondo il resoconto di RSF almeno 22 giornalisti stranieri sono stati arrestati oppure ostacolati durante lo svolgimento delle attività sportive a Pechino. Due video-blogger americani, Brian Conley e Jeffrey Rae, sono stati addirittura condannati a 10 giorni di carcere per aver stretto legami con attivisti pro-Tibet. Sono 50 le persone agli arresti domicilari, o allontanati dalla capitale, che lottavano in difesa dei diritti umani, mentre 15 cinesi sono stati arrestati semplicemente per il fatto di aver chiesto l’autorizzazione a manifestare per le strade della città. Il blogger Zhou Shuguang non è potuto recarsi nella capitale per impedimento fisico adottato dalla polizia locale ed ai giornalisti esteri è stato impedito l’intervista alla blogger Zeng Jinyan (poi scomparsa misteriosamente prima della cerimonia inaugurale), moglie di Hu Jia, il quale era stato arrestato nell’aprile 2008 e condannato al carcere per più di tre anni per aver espresso idee scomode alle autorità cinesi. In particolare la coppia è attiva nella difesa dell’ambiente, nei diritti ai malati di Aids e nell’informazione sui prigionieri politici. Numerosi giornalisti si sono poi lamentati di subire l’intervento della polizia nel caso delle interviste ai passanti del posto. Un reporter di notizie di agenzia ha dichiarato che nel corso di una settimana almeno cinque delle persone da lui intervistate sono state successivamente arrestate. Su internet poi c’è stato il blocco di circa 30 siti web in materia di diritti umani, oltre che di I-Tunes per le canzoni dell’album “Songs for Tibet” prodotto grazie al contributo di artisti riconosciuti internazionalmente come Moby, Alanis Morrisette, John Mayer, Sting, Dave Matthews e molti altri.
Le responsabilità non sono solo dei vertici cinesi. Considerata l’Olimpiade, assicurarsi della libertà di informazione era anche un compito del Comitato Olimpico Internazionale, presieduto da Jacques Rogge, il quale dal 2001 era a conoscenza del fatto che Pechino sarebbe stata la nuova città olimpica. Ma in 7 anni non si è riusciti a raggiungere alcun risultato significativo su questo tema. Per di più Rogge si è dimostrato maggiormente attento ai marchi che ai diritti umani, porgo un esempio su questo. Il neo-campione olimpico giamaicano Bolt è stato criticato dal presidente del COI per l’eccessiva gioia mostrata alla fine della gara dei 100 metri. Ora, se uno diventa campione del mondo e impone un nuovo record è dura dirgli che debba limitare la propria felicità. La verità su questo richiamo, che tristemento temo, credo riguardi alcune pressioni ricevute da Jacques Rogge da parte dell’Adidas, sponsor principale di Pechino 2008, alla quale non dev’essere davvero andato giù il festeggiamento colorito di Bolt che appena vinti i 100 metri ha indicato gongolante le proprie scarpe Puma in mondo visione. Uno spot eccezionale per la Puma, ma davvero un colpo basso per l’Adidas.
E in Italia, siamo ad un livello di libertà di espressione tanto diverso? Basta andare a vedere le ultime iniziative di maggior successo in Rete, tra le quali spicca “Arrestateci tutti” del giornalista Marco Travaglio, il quale denuncia la mancanza di possibilità di pubblicare le intercettazioni telefoniche senza il rischio di finire in galera, questo grazie al Ddl portato avanti dall’attuale maggioranza. Senza disturbare troppo, piano piano, oltre ai prodotti commerciali anche le nostre leggi stanno diventando Made in China.





















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Time febbraio 13, 2009 at 12:22 am
[...] il tentativo del Parlamento italiano di oscurare la Rete. Ad agosto scrivevo della censura di alcuni blogger cinesi, ma tra qualche settimana potrebbe capitare lo stesso a me o ad altri ragazzi. Non posso che [...]