La democrazia è un fine? (parte 2)
Del libro “Sudditi, manifesto contro la democrazia” di Massimo Fini, del quale ho assai apprezzato le riflessioni, ci sono un paio di pagine che proprio non mi convincono: sono quelle relative a Richard Nixon e John Kennedy (nella foto a fianco con Martin Luther King). Non sono sulla stessa linea di pensiero riguardo il commento sui due ex-Presidenti degli Usa. Traspare in maniera netta dalle sue pagine quanto Nixon stia più simpatico a Fini e quanto invece non lo sia Kennedy. Ma, a mio parere, e dalle mie informazioni il secondo ha avuto un comportamento molto più “scomodo” del primo. Tanto che gli è valso la morte. Non parlo solo dello scandalo Watergate, sulle intercettazioni ai danni del Governo Nixon. John Kennedy era certamente un personaggio mediatico, ma non solo. Altrimenti non sarebbe stato assassinato. Questo è dimostrato in maniera storicamente abbastanza fedele dal film “Jfk”, dove Kevin Costner interpreta un poliziotto alla ricerca del mistero nascosto nell’uccisione di Kennedy, dove pare centri anche la sua volontà di liberarsi dalla Cia. Di questa produzione cinematografica voglio ricordare alcune frasi salienti: “To sin by silence when we should protest makes cowards out of men” by Ella Wheeler Wilcox; “Non chiedetevi cosa può fare il Paese per voi, ma cosa potete fare voi per il Paese”; “L’autorità che lo stato ha sul popolo risiede nel suo potenziale bellico” by Mr. X; “Un patriota deve essere sempre pronto a difendere il suo paese dal suo governo” by naturalista americano; “Più grossa è la bugia e più la gente le crederà” by Hitler. Ecco invece alcune frasi dal libro di Massimo Fini:
“Un meccanismo che si autoregola esclusivamente in funzione della propria crescita, indifferente alla condizione umana. Non sono le oligarchie, nazionali e internazionali, politiche ed economiche, a guidarlo, queste sono solo i profittatori di giornata e le mosche cocchiere di una carrozza che va per conto suo” (pag. 98);
“Perchè mai proprio la democrazia, che, in termini storici, è appena una neonata sulla cui solidità nulla si può ancora dire, dovrebbe avere una sorte diversa ed essere il sistema definitivo? Il corso del tempo ha visto sfilare, per restare alle vicende a noi più vicine, le comunità tribali, gli antichi Imperi mesopotamici, la polis greca, la Roma repubblicana e imperiale, il feudalesimo, la monarchia assoluta e quella parlamentare. Alcune di queste forme di organizzazione umana sono durate migliaia di anni e sembravano indistruttibili. Ma l’ultima venuta ha la presunzione di aver detto la parola fine” (pag. 109);
“Il computer e internet, con la loro immediatezza, con la possibilità di intervenire “in tempo reale”, renderebbero praticabile, secondo alcuni, la democrazia diretta anche in uno Stato moderno o addirittura nel Superstato mondiale che si profila all’orizzonte della globalizzazione economica. Sono pie illusioni. Democrazia diiretta non significa solo decidere tutti insieme, ma avere consapevolezza di ciò che si decide e conoscenza della materia su cui si decide, come le aveva il contadino della comunità di villaggio grazie al campo ristretto su cui si muoveva. In una società vasta, complessa e astratta come la nostra il cittadino è chiamato a decidere su cose che non conosce e quindi, anche se, per ipotesi, potesse votare direttamente, perchè il suo voto abbia un senso e un valore dovrebbe affidarsi a dei mediatori e cioè, nella nostra società, ai mezzi di comunicazione di massa che sono in mano alle oligarchie e saremmo daccapo” (pag. 113);
“Noi siamo su un treno che va a ottocento all’ora, che per la sua dimanica interna deve continuamente aumentare la velocità, non c’è il macchinista o se c’è i comandi gli sono sfuggiti di mano da tempo e il convoglio va per conto suo. Sul treno c’è chi è seduto su comode poltrone, anche se, sballottato e frastornato dalla velocità, è pure lui in preda a un inquieto malessere (perchè questo modello di sviluppo è riuscito nell’impresa di far star male anche chi sta bene), chi in seconda classe, chi sulle panche, chi sugli strapuntini, chi sta nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dai finestrini mentre molti rotolano giù per la scarpata fra l’indifferenza generale. Per cui ha ancora un senso cercare una più equa sistemazione dei viaggiatori. Ma le domande di fondo (…) sono diventate altre: dove sta andando il treno? qual’è il rapporto fra i viaggiatori e il meccanismo che li sta portando? e possono, i viaggiatori, decidere quale deve essere la velocità e la meta o è il treno, la cui via è segnata dalle rotaie su cui è stato messo, a decidere per loro?” (pag. 126);
“Per un ritorno, graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e di autoconsumo, in comunità più piccole, più controllabili e più umane, che passa necessariamente per un recupero della terra a spese dell’industria e, più in generale, del mondo astratto e virtuale che ci siamo costruiti (…). Si tratta di ritrovare un equilibrio e un’armonia fra Natura e Cultura, fra i due poli del nostro essere uomini. Il che non significa limitare il nostro pensiero ma le sue realizzazioni” (pag. 132).




















