Il testamento di vita (parte 1)

By lorenzodamelio - Last updated: mercoledì, ottobre 29, 2008 - Save & Share - Leave a Comment

Dopo il mio post sulle difficili scelte in materia di aborto ed eutanasia, che mi ha permesso di confrontarmi anche con chi la pensa diversamente da me, torno sull’argomento bioetica riportando un articolo (scaricabile qua) dell’8 giugno 2008 redatto da Jenner Meletti per l’inserto “La Domenica” della testata “La Repubblica”. Questa la prima parte del pezzo:

Un bel vestito verde, il colore della speranza. «A me piace davvero stare al mondo. Ho un cancro al seno ma spero di sconfiggerlo. Purtroppo so che a volte vince lui, inutile illudersi di essere immortali. Io sono una donna che nella vita ha accettato poche volte, e malvolentieri, le decisioni prese dagli altri: e allora voglio decidere anche come morire». Giuliana Michelini, sessant’anni compiuti a gennaio, nella borsona da milanese impegnata in mille cose ha anche la «Biocard, carta di autodeterminazione». Sorride e spiega. «Insomma, è il testamento biologico o testamento di vita. Io personalmente preferisco chiamarle “direttive anticipate”. Ho scritto tutto quello che voglio sia fatto sul mio corpo quando — spero il più tardi possibile — non sarò più in grado di fare intendere le mie ragioni. Vede, per noi italiani è difficile parlare di certe cose. Siamo scaramantici. Ma io cerco di ragionare: a una certa età, e anche senza essere malata, capisci che la morte fa parte della vita. La morte, non la fine, l’esodo, l’atto finale… la morte deve essere chiamata con il suo nome. E bisogna prendere le misure giuste perché questa morte non sia preceduta da un’agonia infinita, straziante e inutile. I medici debbono fare di tutto per salvarmi la vita vera ma non possono decidere di tenermi comunque attaccata a una vita che non ha più nessun senso». Il primo incontro con la proposta di testamento biologico in un convegno di due anni fa, organizzato dalla Consulta di bioetica, fondata a Milano nel 1989, «per lo studio dei difficili problemi che si pongono nella medicina di oggi in particolare nelle situazioni di nascita e di morte». A colpire Giuliana Michelini è stata la storia di Eluana Englaro, una ragazza di Lecco in «coma vegetativo permanente» da sedici anni. «C’era suo padre, al convegno, e spiegava che anche senza nessuna speranza la ragazza viene alimentata artificialmente in un’agonia senza senso. Io allora non avevo il cancro al seno ma, come sempre nella mia vita, mi ero organizzata perché la morte non mi trovasse impreparata. Avevo già deciso di donare gli organi e di fare consegnare poi il mio corpo alla scienza, con la speranza che fosse utile per qualche ricerca. Avevo pensato anche al testamento biologico ma non avevo deciso. Poi, al supermercato, mi è successo un fatto piccolo ma importante». Il carrello della spesa, una macchia d’acqua sul pavimento. «Insomma, sono scivolata all’indietro, stavo per battere la nuca. Potrà sembrare strano ma in quel nanosecondo ho fatto in tempo a pensare: adesso sbatto la testa contro le bottiglie del vino a vado in coma. Oddio, non ho firmato il testamento. Finirò come la povera Eluana. All’ultimo istante ho messo il braccio indietro, me lo sono rovinato ma ho salvato la testa. Dopopochi giorni sono andata a firmare le mie “direttive anticipate”. Come “rappresentante fiduciario”, vale a dire la persona che dovrà garantire che siano rispettate le mie volontà, ho nominato un amico, che fra l’altro è un bravo medico». Sorride, la signora Giuliana. L’appuntamento è in un bar di San Babila, dopo una riunione della Lega italiana nuove famiglie (lei è la coordinatrice) e prima di una riunione della Consulta di bioetica. «Dopo quella firma mi sono sentita meglio. Vede, io non ho parenti stretti e sentivo dentro una certa paura. Nel momento in cui non sarò in grado di parlare o di capire — pensavo — sarò del tutto sola. Mio padre se n’è andato a novantacinque anni ma almeno aveva me vicino. Io spero sempre che la morte arrivi tardi e con un colpo secco, ma adesso so che se non va così avrò al mio fianco il “rappresentante” che farà di tutto per evitarmi le sofferenze che non sono necessarie. Ci ho pensato bene, prima di firmare le diverse clausole del testamento. Ho detto sì, ad esempio, alla rianimazione in caso di arresto cardiaco. Ho detto no a quei “provvedimenti di sostegno vitale” come l’alimentazione artificiale e altri interventi che abbiano soltanto l’obiettivo di “prolungare il mio morire”, “mantenermi in uno stato di incoscienza permanente o in uno stato di demenza avanzata non suscettibili di recupero”. In ospedale ci sarà comunque il mio rappresentante. Lui mi conosce bene, saprà decidere al posto mio. È per questo che, appena messa quella firma, ho sentito dentro un senso di pace».

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