Il codice civile smentisce la corte costituzionale

By lorenzodamelio - Last updated: domenica, luglio 5, 2009 - Save & Share - One Comment

Mazzella e Napolitano, toghe della corte costituzionale vogliono giudicare la costituzionalità del Lodo Alfano il 6 ottobre 2009 nonostante l’aver ammesso di aver cenato più volte con Silvio Pinocchioni. Dal codice di procedura civile, articolo 51:

“Il giudice ha l’obbligo di astenersi:
1) se ha interesse nella causa o in altra vertente su identica questione di diritto;
2) se egli stesso o la moglie è parente fino al quarto grado o legato da vincoli di affiliazione, o è convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori;
3) se egli stesso o la moglie ha causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito con una delle parti o alcuno dei suoi difensori;
4) se ha dato consiglio o prestato patrocinio nella causa, o ha deposto in essa come testimone, oppure ne ha conosciuto come magistrato in altro grado del processo o come arbitro o vi ha prestato assistenza come consulente tecnico;
5) se è tutore, curatore, amministratore di sostegno, procuratore, agente o datore di lavoro di una delle parti; se, inoltre, è amministratore o gerente di un ente, di un’associazione anche non riconosciuta, di un comitato, di una società o stabilimento che ha interesse nella causa.
In ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza, il giudice può richiedere al capo dell’ufficio l’autorizzazione ad astenersi; quando l’astensione riguarda il capo dell’ufficio l’autorizzazione è chiesta al capo dell’ufficio superiore”.

E il nostro presidente della Repubblica? Il bel Giorgio addormentato nel bosco.

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One Response to “Il codice civile smentisce la corte costituzionale”

Comment from giusalu
Time luglio 6, 2009 at 2:58 am

Si giustificano che la Corte non è giudice in senso stretto. Sofisticherie! La Corte emana “sentenze”, ha una sua esigenza di contraddittorio, quanto basta perché la sua “funzione” sia giurisdizionale con obbligo di terzietà. Quanto basta perché non si mettano in atto orrende consuetudini di frequentazioni tra giudici (si chiamano così) e coloro per i quali le loro “sentenze” possono essere questioni di vita o di morte politica. Il resto è arroganza e disprezzo per le regole.
Giusalu

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