Blog di Lorenzo D'Amelio
Era il 1854. A parlare il capo degli indiani americani di Seattle, il quale rispose (qua il testo completo) a un’offerta del governo degli Stati Uniti che voleva comprare, tra virgolette, una vasta area del loro territorio:
«Come si può comprare o vendere il cielo o il calore della terra? E’ un’idea che ci sembra strana. La freschezza dell’aria o il brio dell’acqua non appartengono a noi, perciò come potete comprarli? Non sono nostri! Per il mio popolo, ogni angolo di questa terra è sacro. Ogni lucente ago di pino, ogni lido sabbioso, ogni bruma nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante sono sacri nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. Questa splendida terra è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiumi sono nostri fratelli e come tali dobbiamo trattarli.
Ma l’uomo bianco non comprende le nostre usanze. E’ uno straniero che prende dalla terra tutto ciò che gli serve. La terra non è sua sorella, ma sua nemica. Quando l’ha conquistata, passa oltre. La strappa ai suoi figli e non se ne cura. Non capisco. I nostri usi sono diversi dai vostri» (dal dvd “Flow, per amore dell’acqua”).
Mi sono affacciato alla finestra di casa e son rimasto un momento ad osservare il tramonto. E’ stato come un richiamo per le mie dita che si son messe ad inchiostrare alcuni pensieri sulle note di “Come nuvole lontane” dei Modena City Ramblers.
Il futuro dei nostalgici
Inquieto orizzonte
Sommerso da nuvole
Velate d’oro
Come un futuro nostalgico
Sei da affrontare di continuo
Pozzo di materna serenità
Sembri sul punto di piangere
ma non si sa perché e come mai
futuro dei nostalgici
Inquieto orizzonte
Sommerso da nuvole
Velate d’oro
Come un futuro nostalgico
Sei da affrontare di continuo
Pozzo di materna serenità
Sembri sul punto di piangere
ma non si sa perché e come mai
La terra di mio padre, la Lucania, non ho mai avuto occasione di conoscerla. Ma credo di non esagerare se dico di aver l’impressione che difficilmente si sarebbe potuta raccontare meglio. Il talento mostrato da Leonardo Dalessandri in questo corto intitolato “Ghost Town” penso sia decisamente fuori discussione.
Da poche ore se ne è andata una delle mie poetesse preferite: Alda Merini. Voglio ricordarla con uno dei suoi versi che più mi piace.
Cara Federica
Cara Federica dirò come soffro
perché ci é dato tanto soffrire,
perché vediamo tagliare dalla terra
le nostre spighe migliori
anche io ero una spiga che cresceva nei campi,
credi Federica
i poeti non sono seminati da alcuno
li porta il vento della primavera.
Oggi per la mia donna é un giorno di libertà
ma per noi prigionieri dell’arte
é un altro giorno di prigionia.
Non sono felice della mia morte
carissima Federica
eppure me ne dovrò andare
dopo aver perso la fede.
Una delle lettere più belle che abbia mai letto, nata dalle mani di Antoine de Saint-Exupéry (autore de “Il piccolo principe”) e rintracciabile in “Manon, danseuse”, curato da Alban Cerisier e Delphine Lacroix.
«Cara Natalie, ti ho mandato un biglietto, ieri e poi ho avuto paura. Non mi hai richiamato. Ho immaginato che ti avessi fatto dispiacere. Non so più che “aria” avesse. Ma era infinitamente tenero. Vorrei farti un regalo: non ti mentirò mai. Ci sono cose, certo, che non ti dirò: non sono l’unico proprietario di tutti i miei ricordi. Ci sono confidenze brutte, se tradiscono qualcun altro. Ma non ti mentirò mai, neanche giocando sui silenzi. Fa troppa luce nel cuore. Non voglio appannarla – mai – per politica. E intanto voglio che tu sappia questo, che è vero: ho avuto molte storie d’amore, se si possono chiamare amore. Ma non ho mai sciupato le parole vere. Non ho mai usato le parole “amore” o “amata” né per sedurre né per trattenere. Non le ho mai mescolate al piacere. Sono anche stato crudele, a volte, a rifiutarle. Hanno varcato le mie labbra forse tre volte nella mia vita. Anche quando ero intenerito, dicevo “mi fai tenerezza”. Non dicevo “ti amo”.
Ti ho detto “amatissima” perché è così. Non lo dirò certo più nella vita, le luci del cuore sono rare. Ho riconosciuto l’amore, l’ultimo forse. Questo forse non cambierà in nulla il mio destino. Ma è così. E ti voglio dire anche un’altra cosa. Siccome non faccio mai confidenze, ci sono cose nella mia vita che restano ignorate a lungo, di quelle che oggi per esempio sono un po’ penose da risolvere. Se ne vieni a conoscenza tardi non voglio che tu pensi che si sono annodate dopo il nostro incontro. Rispetto troppo quello che mi è venuto nel cuore.
Sono ingarbugliato e maldestro, ma non sciupo l’amore. Questa lettera ti sembrerà ancora più stupida dell’altra. E inutile. Ma ho bisogno di un linguaggio che abbia un senso. Non baro con la primavera e i miracoli. Tutto questo è molto strano per me. Ora non puoi fare di meglio per me che posarmi sulla fronte una mano da pastorella. Ero sparpagliato e infelice: rimettimi insieme. Ero cieco: illuminami. Ero completamente arido: fammi generoso d’amore. Non farmi troppo male se non è assolutamente necessario, e salvami dal fartene mai. E stai in pace, sempre».
Condivido con voi un pensiero scritto nei giorni scorsi, pensando alla bellezza della scrittura.
Dalle labbra delle mie dita
Dalle labbra delle mie dita
Scendono coriandoli cromati dal tempo
Mutanti in lacrime d’inchiostro colorato.
Liquidi cristalli assetati di baci
Dipingono trame d’incanto e stupore.

L’immagine è di proprietà di Betocampos, utente Deviant Art.
Randy Paush morì di cancro il 25 luglio 2008, all’età di 48 anni, per un tumore al pancreas. Il suo intervento, intitolato “The last lecture”, che fece il 18 settembre 2007 quando era già certo di dover affrontare presto la morte, è probabilmente rimasto indelebile nei presenti che ascoltarono. E da allora sta facendo il giro del web, più di 10 milioni sono le visite all’intervento integrale di 1h 15′.
Il professore di informatica, che lavorò per Disney, Electronic Arts e Google, riassunse le sue parole e i suoi insegnamenti su come apprezzare la vita espressi alla Carnegie Mellon University il 22 ottobre seguente, durante il “The Oprah Winfrey Show”.